Chiusura del blog

Questo blog è nato in seguito della chiusura di splinder. Ho trasferito qui tutta la mia opera di blogger. Ho scritto qualche articolo, ma poca cosa.

Ora chiudo questo blog che servirà da archivio. Non mi piace altervista, non mi piacciono le continue richieste di pubblicità o gli innumerevoli msg spam automatici.

Il mio nuovo blog è esperimenticonlaverita.blogspot.it.

Arrivederci.

Lorenzo Galbiati

 

 

 

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Prima di archiviare questo blog ci tengo a dire che la mia opinione sulla Siria è molto cambiata nell’ultimo anno. I contributi di Marinella Correggia e Silvia Cattori, benché utili a far sentire un’altra campagna,. sono diventati di fatto filo-regime, censurando a senso unico i criminmi del regime e sospettando a senso unico sempre contro gli insorti. Non si può poi sostenere nessuna manifestazione, come fa la Rete No War, che preveda la partecipazione di fascisti o siriani pro-Assad- Alla fine siamo arrivati al paradosso che si oscurano i crimini di Assad e si sta dalla stessa parte dei suoi sostenitori, se si fa i pacifisti in questo modo. Beh, questo modo non è il mio.

La repressione governativa ha causato l’insurrezione violenta. La repressione ha causato la guerra civile. Il regime è il principale colpevole delle decine di migliaia di morti in Siria, ed è il principale carnefice, queste semplici verità di fato sono del tutto oscurate dalla Correggia, dalla Cattori, dalla Rete No War e ahimè anche da Peacelink, così come non si dice che il regime usa barrel bombs, cluster bombs e ordigni chimici. Sarà il caso di dirlo.

 

Lorenzo Galbiati

 

SIRIA: LA SOTTILE LINEA ROSSA

Nel pressoché totale silenzio della stampa e, ahimé, mi pare anche di tutti o quasi i pacifisti/nonviolenti, in Siria il regime sta usando cluster bombs e ordigni chimici contro la repressione. Documentato anche l’uso di barrel bombs.
Dei crimini del regime non piace parlare a noi pacifisti/nonviolenti (metto il “noi” anche se io ho cambiato atteggiamento con l’andare avanti della guerra civile) perché si ha paura di un intervento ONU o NATO benché siano passati due anni e gli USA non abbiano mai avuto la reale intenzione di agire. E così va a finire che si parla sempre e solo dei crimini degli insorti, dell’Occidente e delle monarchie arabe che li sostengono, e si dimentica che la rivolta violenta è stata causata dalla sanguinosa repressione governativa che ha soffocato la più grande sollevazione popolare nonviolenta del mondo arabo, e si dimentica che la stragrande maggior parte dei morti è opera del regime.
Parliamo tanto di disarmo, di condannare il traffico e l’uso di certe armi: perché non lo facciamo se a farlo è il regime siriano? Forse perché non sarebbe antimperialista? Forse è il caso che noi pacifisti/nonviolenti come associazioni e singoli facciamo un bella autocritica sull’atteggiamento che stiamo avendo sulla Siria.
Ecco un articolo documentato (e posso fornire molti altri links, compresi quelli sulle barrel bombs) sull’uso di cluster bombs e ordigni chimici da parte del regime siriano.
Non è il caso di cominciare ad alzare la voce e dirlo? O dobbiamo stare zitti ancora per paura di una guerra ONU o Nato? Come se fin ad adesso non sia in corso da due anni e mezzo una guerra con circa 70 000 morti….
Lorenzo Galbiati

Siria: la sottile linea rossa (Da www.sirialibano.com del 25 marzo 2013)
(di Alberto Savioli). Lo scorso 30 novembre, all’indomani della strage di bambini nel campetto di gioco di Deir al ‘Assafir, scrissi un articolo documentato con filmati, sull’utilizzo di cluster bombs da parte del regime in varie zone del Paese.
Tuttavia il regime negava di utilizzarle e il ministro degli esteri russo Lavrov, a seguito della denuncia di Human Right Watch sull’uso delle cluster bombs di fabbricazione russa in Siria, si era così espresso: “Non c’è conferma di questo (…) la regione è ricca di armi, che vengono portate in Siria e negli altri Paesi in gran quantità e illegalmente”.
Se la strage di bambini di Deir al ‘Assafir operata con bombe a frammentazione provocò indignazione nell’opinione pubblica internazionale e articoli nei maggiori quotidiani, sull’uso ripetuto delle cluster bombs in villaggi e centri abitati da civili calò un velo di silenzio.
Negli ultimi sei mesi ci sono stati 156 attacchi documentati con bombe a grappolo in 119 località diverse della Siria (fonte HRW), che hanno causato feriti e morti tra i civili. Va ricordato inoltre che le cluster bombs assieme alle mine antiuomo, sono tra gli ordigni inesplosi che causano più feriti tra la popolazione civile nei periodi post bellici, anche perché i bambini non conoscendo i rischi raccolgono e toccano questi ordigni, un chiaro esempio è il video che proviene da Sarmeen, riprende un bambino che mostra alla telecamera una “bombetta” inesplosa.
Steve Gose, direttore della divisione delle armi di Human Rights Watch ha dichiarato: “La Siria sta aumentando incessantemente l’uso delle munizioni a grappolo, un’arma vietata, e i civili stanno pagando un prezzo altissimo con la vita e la pedrita degli arti”.
Tra agosto 2012 e metà febbraio 2013 almeno 119 località sono state colpite con cluster bombs, in particolare al Za’faraneh (Rastan), Abil (Homs), Binnish e Taftanaz (Idlib), Deir al ‘Assafir, Duma e la Ghuta (Damasco), e Talbiseh (Homs) ripetutamente.
Queste informazioni derivano dalle indagini sul campo di HRW e dall’analisi preliminare di oltre 450 video. HRW ha documentato lo sgancio di munizioni a grappolo da parte di aerei ed elicotteri del regime, ma non c’è alcuna prova dell’uso delle stesse da parte di gruppi ribelli dell’opposizione.
Dal mese di ottobre Human Rights Watch ha cominciato a documentare sistematicamente e a conservare le prove video sull’uso di munizioni a grappolo, in cooperazione con il Brown Moses blog (Brown Moses è lo pseudonimo di Elliot Higgins, un blogger di Leicester che per primo ha documentato una partita di armi croate in mano ai ribelli). Questi dati, associati alle coordinate geografiche, saranno resi disponibili in futuro in un formato compatibile con il sistema di gestione delle informazioni sulle mine dell’IMSMA (Information Management System for Mine Action).
Circa il 50% delle cluster bombs usate in Siria appartiene al tipo denominato RBK-250: sono state fabbricate in Unione Sovietica tra il 1970 e il 1980, ma non vi sono informazioni su quando siano state acquistate.
Complessivamente sono stati documentati i tipi di bombe a grappolo di fabbricazione russa RBK-250/275 che rilasciano delle bombe interne a fusto del tipo AO-1SCh, PTAB 2.5M, e di recente le RBK-500 che rilasciano bombette a palla del tipo ShOAB 0.5. Tutti questi ordigni devono essere sganciati ad alta quota, con aerei o elicotteri. Dal mese di gennaio ha fatto la sua comparsa anche un tipo di cluster bomb di fabbricazione egiziana, SAKR 122mm, che contiene bombolette anti-uomo e anti-veicolo. È il primo esempio di bomba a frammentazione lanciabile da terra tramite un razzo.
La maggior parte dei Paesi del mondo ha vietato l’uso delle cluster bombs con la Convenzione sulle munizioni a grappolo, entrata in vigore il 1 agosto 2010. Secondo l’articolo 21(2), i Paesi firmatari hanno l’obbligo di promuovere le norme stabilite dalla convenzione contro la proliferazione di cluster bombs e di scoraggiare le nazioni che non hanno aderito dall’uso delle stesse.
In accordo con l’articolo 21 della Convenzione, 14 Paesi hanno condannato il regime siriano per l’uso delle cluster bombs, tra cui l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Germania, l’Irlanda, il Giappone, l’Olanda, la Nuova Zelanda, la Norvegia, il Portogallo, la Svizzera e il Regno Unito, mentre tale condanna non è avvenuta da parte degli Stati Uniti d’America e del Qatar, pur avendo aderito alla medesima Convenzione.
Dunque in questo momento gli Stati Uniti stanno disattendendo l’articolo 21 della Convenzione. Il limite ultimo e invalicabile, la linea rossa da non oltrepassare per l’America, sembra essere solo l’uso di armi chimiche.
Nel frattempo, in questi mesi il regime ha utilizzato abbondantemente le bombe a frammentazione e soprattutto bombe al fosforo bianco che hanno fatto un gran clamore quando sono state utilizzate dallo Stato israeliano a Gaza. Pochi ne hanno parlato in Italia, Obama non si è scandalizzato essendo considerate armi convenzionali e non chimiche, forse per non riaprire una ferita ancora non rimarginata, dal momento che questi ordigni erano stati utilizzati dagli stessi americani a Fallujah in Iraq nel 2004.
Successivamente, a Fallujah i tumori sono quadruplicati ed è aumentato considerevolmente il numero di deformazioni (11 volte superiore alla media) e malattie genetiche tra la popolazione.
Il fosforo bianco è un’arma legittima se utilizzata come arma fumogena per impedire la visibilità dei movimenti delle truppe, oppure come illuminazione notturna, ma non lo è se utilizzata come arma incendiaria sia contro i civili che contro i militari.
Qualora lo fosse, (e in Siria lo è) andrebbe considerata come un’arma chimica, e quindi bandita dalla Convenzione del 1997 dell’agenzia OPCW (organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) promossa dall’Onu, firmata anche dagli Stati Uniti, che considera tale “ogni elemento chimico usato contro l’uomo o gli animali che provoca loro danni o la morte a causa delle sue proprietà tossiche”.
Sulla base di questa convenzione, l’agente chimico fosforo bianco usato in modo massiccio in zone dove sono presenti civili, può essere considerato “arma chimica”. Eppure per Obama e per l’America la linea rossa da non valicare è un’altra. In questo modo si è permesso tutto questo, a Khanaser, a Marrat an Nu’man (Idlib), a Maslamiy a (Aleppo), a Dar Kebira e a Talbiseh (Homs), a Kafr Nabbude e Murek (Hama), ad al Maliha ed Erbeen (Damasco) a Deir ez Zor.
Il 18 marzo 2013 i Comitati di coordinamento locale hanno denunciato il regime di aver utilizzato armi chimiche nella città di Ateibeh nei pressi di Damasco, e un missile contenente sostanze chimiche è stato lanciato sul villaggio di Khan al Asal a sud-ovest di Aleppo.
In questo secondo caso i ribelli hanno accusato il regime, mentre il regime ha negato di aver usato armi chimiche condannando i ribelli, così come aveva fatto a suo tempo a proposito delle cluster bombs, negando di averle utilizzate.
Il ministro per l’informazione di Damasco, Omran al Zoabi ha accusato gli insorti e ha ribadito che se anche il regime “disponesse di armi chimiche vietate dal diritto internazionale… mai potrebbe farne uso… per ragioni morali, umanitarie e politiche”.
Il 20 marzo Barak Obama “tuonava” da Gerusalemme: “Dobbiamo essere sicuri di cosa sia accaduto esattamente, se la linea rossa sia stata effettivamente attraversata”, mentre il ministro dell’intelligence israeliana Yuval Steinitz poco prima, aveva affermato che “è chiaro” che sono state usate armi chimiche in Siria.
La linea rossa che l’America ha posto per intervenire contro il regime di Damasco, con il tempo si è spostata sempre più avanti. Alla fine il limite invalicabile è diventato l’uso di armi chimiche, che probabilmente gli Stati Uniti pensavano non sarebbe stato oltrepassato.
Se ciò fosse avvenuto l’America si troverebbe in grave imbarazzo, forse la linea rossa verrebbe ulteriormente spostata in avanti, non più l’uso di armi chimiche ma il loro uso massiccio sarebbe il limite da non oltrepassare.
Già da alcuni mesi dei video mostrerebbero civili (donne e bambini) e ribelli intossicati, sfigura ti da sostanze chimiche non identificabili.
La cartuccia trovata nella base militare di Hanano indicata con la sigla CART 38 MM Irritant – MK2 OS – LOT 8 – DATE 2012 (la voce del video parla di gas arrivato di recente con le navi russe attraccate in Siria), conterrebbe del “normale” gas CS anti-sommossa. In realtà la Convenzione di Parigi proibisce l’uso del CS in ogni scenario bellico, infatti, benché sia classificato come arma non letale sono stati dimostrati effetti tossici in casi di prolungata esposizione.
Il un altro video un medico siriano descrive la situazione di Outaiba (alla periferia di Damasco), che sarebbe stata colpita con sostanze chimiche (stando a quanto riportato). Fa esplicita richiesta di antidoti che contrastino l’effetto di armi chimiche e farmaci quali l’atropina e l’Obidoxime, usato per trattare i casi di intossicazione da gas nervino di tipo G e V come il Sarin.
Alcuni medici dell’ospedale Dar al Shifae a Tripoli in Libano che hanno in cura dei bambini siriani scappati da Homs, sostengono che le ferite delle piccole vittime siano il risultato di armi chimiche usate dal regime, parlano di ustioni, piaghe e vesciche comparse alcuni giorni dopo l’esposizione ai bombardamenti, associate a perdita di equilibrio, di memoria e dolori muscolari.
Un chirurgo francese dell’ospedale racconta: ”È stato quando abbiamo visto arrivare donne e uomini… con sintomi di cui non capivamo niente… Poi, per esclusione, siamo arrivati alla conclusione di avere a che fare con feriti che portano addosso i sintomi dei bombardamenti con armi chimiche”. Bruciature sottocutanee che corrodono l’epidermide, vesciche, irritazioni della pelle, deformazioni fisiche, perdita di capelli, della memoria, cedimenti del sistema nervoso, dolori muscolari o ossei, malori, nausea, vomito, accessi febbrili, astenia, paralisi. Tutto il corpo che si sfascia, letteralmente.
Questi medici accusano alcune istituzioni occidentali di non aver voluto documentare a fondo i fatti. Un medico tossicologo dice: “Chiediamo alla comunità internazionale di riflettere bene. Di riprendere in considerazione le sue posizioni sull’uso di armi chimiche ormai evidente da parte del regime siriano… è ormai chiaro che queste armi sono state usate… noi abbiamo qui i pazienti, abbiamo i casi clinici, abbiamo le prove. Chiunque vorrà venire qui a vedere con i propri occhi sarà il benvenuto”.
Per questi medici e per le vittime siriane la linea rossa di Obama è già stata oltrepassata.
ALBERTO SAVIOLI

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Siria: su Homs ecco la controinformazione di Silvia Cattori (dal suo blog)

«DA MISURATA SIAMO VENUTI A LIBERARE LA SIRIA!».
Homs nell’inferno dei gruppi armati
Le immagini che ci arrivano da Homs sono inquietanti: mostrano una città deserta, devastata dai combattimenti. Dallo scorso 6 febbraio, non avendo potuto ristabilire le comunicazioni, abbiamo perso ogni contatto coi nostri corrispondenti (*).

Homs, ormai, non è altro che un sinistro campo di battaglia dove i soldati governativi affrontano gruppi armati che, secondo testimonianze indipendenti sulla vera natura della ribellione, sparano cannonate alla cieca per seminare terrore e morte, facendo poi credere essere unicamente le forze del governo a martellare la città.

I media occidentali continuano, da parte loro, a menzionare come prova le dichiarazioni dei Comitati locali che diffondono la propaganda degli «oppositori» armati, in coordinamento con l’Osservatorio siriano dei Diritti dell’Uomo, con base a Londra, un organo creato e finanziato dalle forze alleate con la ribellione [Per capire quanto succede in Siria, non è dunque possibile fare affidamento sull’Osservatorio siriano o sui blogger che sono parte integrante di questa ribellione; tantomeno sugli inviati speciali che constatiamo essere sistematicamente anima e corpo dalla parte degli «oppositori» armati, che loro qualificano come «eroi», e che presentano la battaglia che divide il popolo siriano in una luce del tutto manichea: da una parte l’opposizione che «lotta per la democrazia», dall’altra il terribile dittatore.

Ora, le cose non stanno così. Come è stato da ultimo dimostrato da un recente sondaggio nonché dalle massicce manifestazioni di sostegno al veto russo e cinese all’Onu, la grande maggioranza del popolo siriano non vuole questa rivolta armata che cerca unicamente di legittimare le potenze della Nato e taluni Stati arabi – notoriamente grandi paladini della democrazia – come il Qatar.

Se si deve parlare di «eroi» in Siria, allora si deve fare riferimento a tutte le parti che soffrono, e non solamente agli «eroi» che riconosce l’Occidente…

Quanti missili Milan sono stati consegnati ai ribelli?

Sono numerosissimi i cittadini siriani che si appellano al loro presidente affinché le forze governative intervengano. A Homs soprattutto, dove la situazione è allarmante per ampi settori della popolazione, presi in ostaggio da questi gruppi che occupano intere zone della città – i quartieri di Baba Amr, Khaldiyeh, Karm el-Zeytoun – dove le persone chiamano da mesi Damasco affinché li soccorra [La loro sorte è diventata ancor più fonte d’angoscia da quando i ribelli fanno uso dei lancia-missili anticarro Milan che erano stati consegnati ai ribelli libici durante la campagna di Libia, meno di un anno fa, da Francia e Qatar. Ci possiamo ricordare come Bernard Henry Levy e Sarkozy avessero all’epoca ingannato l’opinione pubblica attribuendo alle forze fedeli a Gheddafi l’uso di questi missili Milan che mietevano vittime in Libia.

È lo stesso inquietante scenario che si ripete in Siria. I politici, le ONG e i giornalisti, fanno ancora una volta una scelta di campo a favore della guerra che gruppi strumentalizzati dalle potenze straniere provocano. Attribuiscono alle forze governative – come in passato in Libia, senza alcuna seria verifica – gli atti di barbarie perpetrati dagli «oppositori» armati che terrorizzano la maggioranza della popolazione.

Da tre settimane i commentatori ripetono che Homs è cannoneggiata unilateralmente dall’esercito siriano. Al contrario, i contingenti lealisti attaccati dai missili Milan hanno subito numerose perdite dall’inizio del loro intervento. Non è chiaro se le autorità di Damasco riusciranno a sloggiare questi gruppi dotati di armamento pesante da tutti i quartieri della città in cui si sono infiltrati.

Poteva il governo siriano non reagire?

È stato ripetutamente dimostrato – fin dall’inizio di questi combattimenti – che gli «oppositori» armati sono addestrati, inquadrati e formati da forze speciali straniere; che tra le loro fila gli oppositori hanno elementi che agiscono per conto di potenze straniere la cui presenza in Siria è lampante. La televisione siriana ha diffuso negli scorsi giorni le immagini recenti di Homs riprese da un «fotoreporter di guerra» straniero che ha seguito e filmato in un quartiere della città questi «oppositori» armati – gli stessi che i «grandi reporter» glorificano – che lanciano razzi e missili all’impazzata. Una immagine ha attirato l’attenzione: all’interno di un edificio, con le scale imbrattate di sangue, gli arredamenti distrutti, campeggiava su un muro una scritta sorprendente e dal significato pesante: «Da Misurata, dopo aver liberato la Libia, siamo venuti a liberare la Siria!».

Chi sono i responsabili dei massacri di Homs, che obiettivi perseguono?

Questi gruppi armati, le cui azioni più efferate sono attribuite ai soldati di el-Assad che li fronteggiano, sono sistematicamente presentati dalla stampa occidentale come «oppositori» che lottano per la «democrazia».

Perché i «grandi reporter» non riportano mai le testimonianze su Siriani vittime di rapimenti, torture, omicidi, da parte di questi «oppositori» armati?

Perché, ancora di recente, il presidente di “Medici senza frontiere” si è aggiunto a questa operazione di intossicazione mostrando come degne di fede le testimonianze di Siriani anonimi – col volto celato – schierati coi ribelli che attribuivano alle forze di el-Assad ed ai medici degli ospedali atti indicibili di tortura su feriti e bambini? [Chi potrebbe credere essere nell’interesse di Bashar el-Assad di torturare il suo popolo, violentare bambini e ragazzine? Chi può credere che il popolo siriano continui a sostenere in maggioranza Bashar el-Assad se fosse quel torturatore sanguinario dipinto in Occidente a fini di propaganda di guerra?

Queste incessanti campagne che prendono la difesa degli oppositori violenti, e non del popolo terrorizzato e oppresso da questi ribelli, sono pericolose. Mirano a portare acqua al mulino delle potenze – Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, appoggiate da Qatar e Arabia Saudita – che, da mesi, preparano nell’ombra il terreno per un intervento militare in Siria e non aspettano altro che il semaforo verde da parte di Obama.

Silvia Cattori


 

[1] L’Osservatorio siriano dei Diritti dell’Uomo - che raccoglie le dichiarazione manipolate dalla Siria di diversi Comitati – è stato più volte denunciato come niente altro che un volgare strumento di disinformazione al servizio della rivolta. Malgrado le numerose prove che lo attestano, rimane sulla Siria la principale fonte – insieme ai famosi «grandi reporter» – su cui si poggia tutta la stampa occidentale che giorno dopo giorno propaga quanto riferito da questo osservatorio bidone.

[2] Si veda: «Una Siriana che ha avuto il fratello ucciso a Homs dagli «oppositori», testimonia», racconto raccolto da Nadia Khost, 8 febbraio 2012. (http://www.silviacattori.net/article2790.html)

[3] Torneremo sul ruolo delle ONG che hanno contribuito ad alimentare la disinformazione che colpisce la Siria aumentando così il rischio di un intervento straniero; in particolare Amnesty international e Médecins sans frontières.


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News sulla Siria

Che cosa c’è dentro il Libero Esercito Siriano (LES o FSA: Free Syriana Army)? Che la stampa, fate una ricerca su gogle con le parole: “siria disertori” e vedrete, continua a chiamare “i disertori” (come se essere disertori equivalesse a far parte di un esercito irregolare)?

1 Qaedisti ed estremisti sunniti

Il capo della CIA al Congresso USA: Al Qaeda dell’Iraq si è infiltrata nell’opposizione siriana ed è responsabile di stragi ad Aleppo e Damasco. Infiltrati anche estremisti sunniti. Il CNS non è in grado di controllare gli insorti armati. Qui:

http://abcnews.go.com/blogs/politics/2012/02/intelligence-chief-concerned-about-al-qaeda-in-syria-conflict/

2 Libici

Il Telegraph britannico, già a fine novembre, svelava i contatti tra il pericoloso ex qaedista Abdelhakim Belhaj, uno dei capi dei libici insorti,  e gli insorti armati siriani al confine libico della Tucrchia, con la chiara volontà di entrare in Siria. Il reporter spagnolo Daniel Iriarte, di simpatie filoinsorti, ha poi descritto i libici presensti in Siria.

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8919057/Leading-Libyan-Islamist-met-Free-Syrian-Army-opposition-group.html

 

3 James Clapper, direttore della National Intelligence, ha detto al Comitato dei Servizi Armati del Senato che al Qaeda irachena potrebbe essere dietro gli attentati a Damasco e Aleppo. Ci sarebbe un particolare afflusso di armi verso la Siria. La Lega araba aveva chiesto di “fornire tutti i tipi di sostegno politico e materiale” per l’opposizione siriana.

Iraq tightens security at Syria border to stop arms flow

http://www.chicagotribune.com/news/sns-rt-us-iraq-syria-armstre81h0eu-20120218,0,3540114.story

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Siria: In risposta a Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo di K. Khalifa, pubblicata su Nazione Indiana

Dopo aver lettola “Lalettera aperta agli scrittori di tutto il mondo” dello scrittore Khaled Khalifa su Nazione Indiana,

qui http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/#comment-162991

ho voluto creare dibattito mettendo in luce la disinformazione interessata imperante nei media che contano, una vera propaganda mediatica impostata sulla base della guerra psicologica, riportando  numerose fonti di controinformazione presenti nel web.

Perché? Perché Khalifa compie un’operazione pericolosa con quella lettera. Scrive: “Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.” Parla di sterminio e poco sopra di “genocidio”, che attribuisce tutto al regime di Assad. Ma non è in atto un genocidio, i morti uccisi, stando anche alle stime più alte (probabilmente sovrastimate) non superano i 5000, e una parte non trascurabile di essi sono soldati regolari o irregolari. Khalifa descrive i “rivoluzionari siriani” come gente che lotta a mani nude contro una brutale repressione governativa e, dopo aver espresso rimostranze per il poco aiuto avuto dai politici mondiali, chiede agli scrittori di ”mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni”. A che cosa possono portare queste parole, in un momento in cui tutto il mondo non vede l’ora di mettere le mani sulla Siria, a scapito del suo popolo, per lo più pacifico e NON rappresentato dai rivoluzionari armati? Alla guerra, anzi, al peacekeeping, come s’usa eufemisticamente dire oggi.

Il problema è che Khalifa non opera nessuna distinzione tra la protesta iniziale, popolare democratica nonviolenta, rappresentativa di tutte le fazioni siriane e diretta dal   Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico (CNSCD), e l’insurrezione armata condotta dal cosiddetto Libero Esercito Siriano (LES), organismo collegato al Cns, Consiglio Nazionale Siriano, formatosi a Istanbul per opera di un fuoriuscito dal CNSCD. Che cos’è dunque il Cns?

Lo spiega molto bene in una intervista (FONTE 1) Ossamah Al Tawil, membro del Comitato Esecutivo del CNSCD, quando dice: “Il Cns è composto di una parte dell’opposizione siriana residente all’estero, non hanno nessun leader all’interno della Siria, non sono autofinanziati, quindi sono stati appoggiati dal Golfo Persico economicamente e dalla Turchia e dall’Occidente logisticamente, quindi non sono indipendenti e la loro decisione non è affatto libera. Abbiamo sperimentato questo fatto quando con loro e dopo un mese di negoziati abbiamo raggiunto un accordo primario per unire tutta l’opposizione, per unire anche gli sforzi contro il regime ed avere una voce unica. L’accordo è stato firmato dal presidente del Cns, Burhan Ghalioun, e precisava un punto molto importante: no a qualsiasi intervento militare estero tranne delle forze di polizia militare che potrebbe essere richiesta alla Lega Araba. E’ stato firmato l’accordo ma la sua validità è durato esattamente 4 ore, il tempo dell’arrivo di Burhan Ghalioun in Turchia e da lì è stato annunciato il rifiuto categorico dell’accordo. I motivi?? Senz’altro, non possono decidere da soli […]. Il Cns è composto nella sua assoluta maggioranza dai Fratelli Musulmani, una parte liberale, pochissimi curdi con alcune tribù del nord senza nessuna formazione politica. Ghalioun ha negato la sua firma [al CNSCD] come l’ha negata successivamente al Cairo, ed ha formato ad Istanbul il Cns senza neanche avvisare il Coordinamento. Io stesso l’ho chiamato diverse volte prima di una nostra riunione a Berlino come Coordinamento e mi ha assicurato la sua presenza, invece mi stava raccontando delle bugie, solo per guadagnare tempo. Subito dopo la formazione del Cns alcuni dei suoi esponenti appartenenti all’ala conservatrice dei fratelli musulmani hanno dichiarato durante diverse interviste televisive che hanno l’intenzione di seguire l’esempio libico. Quindi è ovvio che noi non possiamo aderire ad una formazione voluta dall’esterno, dalla minoranza assoluta dei siriani, sostenuta e finanziata dall’esterno e soprattutto dal Golfo Persico che non rappresenta alcuna garanzia di democrazia o di libertà.” Si tenga anche in considerazione che gruppi di oppositori al regime di Assad legati ai fratelli musulmani sono stati finanziati dagli USA fin dal tempo dell’amministrazione Bush (FONTE 2).

Appurato quindi che il Cns è un organismo etero-diretto da ogni punto di vista (per decisioni prese, sedi logistiche, finanziamenti armi e alleanze fatte), che non rappresenta il popolo siriano e nemmeno la sua parte attiva nella protesta nonviolenta che chiedeva la democratizzazione del regime coordinata dal CNSCD, e appurato che punta a una insurrezione armata in stile Libia, resta da dire che il Cns, attraverso i suoi “osservatori sui diritti umani” da Londra, il Sohr, e i cosiddetti “Comitati di coordinamento locale”, è la fonte quasi esclusiva delle notizie pubblicate sui media che accreditano la versione di una “rivolta a mani nude contro il dittatore”, la stessa di cui parla lo scrittore Khalifa; a differenza dell’altra opposizione del CNSCD, che vuole il negoziato e non accetta la lotta armata né l’ingerenza, il Cns rifiuta ogni negoziato e mediazione (come il Cnt libico, a suo tempo) e ha stretto in dicembre un patto di collaborazione (http://www.nytimes.com/2011/12/09/world/middleeast/factional-splits-hinder-drive-to-topple-syrias-assad.html?_r=1&pagewanted=all) con il cosiddetto Esercito siriano libero (Free Syrian Army, LES).

Il Cns e soprattutto il LES, che potremmo considerare il braccio armato del primo, rappresentano sul campo quello che i media occidentali e arabi identificano con un unico soggetto, l’”opposizione armata”, gli “insorti”, i “rivoluzionari”, annullando così dalla scena la gran parte del popolo siriano, quella rappresentata dal CNSCD. Vediamo allora come si è formato il Libero Esercito Siriano, LES.

Partiamo di nuovo dalle parole illuminanti di Ossamah: “Il numero di questi soldati [disertori dell’esercito regolare] cresce piano piano e crescono anche, ma in modo molto raro, gli ufficiali disertori finché non fugge un certo colonnello detto “Alharmoush” e va in Turchia e da lì organizza questo esercito che non superava a quei tempi più di 2000 soldati. “Alharmoush” scopre che in Turchia c’è un altro progetto dei turchi e dei fratelli musulmani, quindi rifiuta di collaborare e decide di tornare in Siria clandestinamente per dirigere la lotta da lì. Ai turchi non piace questa cosa, quindi lo consegnano ai servizi segreti siriani ed è stato ucciso in una caserma qualche giorno fa. Subito dopo fa la stessa cosa un colonnello di nome “Reyad Alasad” il quale tutt’ora è residente in Turchia e riceve gli ordini dai turchi direttamente. Quindi possiamo dire che l’Esercito Libero Siriano effettivamente non esiste, ma è gonfiato più del necessario dai media del Golfo Persico. Non esiste perché non è un esercito in quanto i gruppi dell’esercito devono comunicare tra di loro e devono essere organizzati soprattutto quando ricevono ordini. In Siria non è affatto così, ci sono gruppi diversi nelle diverse regioni, non hanno nessun canale di comunicazione tra di loro e sono indipendenti completamente anche nella strategia da seguire. Alcuni di loro addirittura hanno negato la leadership del colonnello Alasad e considerano il suo esilio in Turchia un tradimento. Ci sono altri gruppi armati dei nuovi salafiti che non accettano nessun ordine, e ci sono altre persone armate per difendere le loro case e i loro cari. Ci sono anche gruppi di Alqaeda mandati dall’Arabia Saudita. Quindi l’esercito siriano libero, non è un esercito, non è libero e in parte non è neanche siriano.” Un perfetto esempio di esercito di insorti etero-diretto. In particolare, la parte del leone nel coordinare questa cosiddetta opposizione armata la fanno la Turchia e le petromonarchie di Arabia e Qatar.

Integriamo le notizie dateci da Ossamah con quelle della stampa degli ultimissimi giorni, e ricaviamo questo quadro del LES: non un vero esercito, ma un insieme di formazioni armate di ex soldati governativi e di gente comune non coordinate, capeggiate da un leader non da tutti riconosciuto che dà ordini dalla Turchia (su volere della Turchia, stando a Ossamah), e  comprendenti gruppi armati libici, jihadisti e qaedisti, e probabilmente anche arabi, qatarini e inglesi. Vediamo le fonti: sulla presenza di inglesi e qatarini c’è il Debka (riportato ormai dai principali quotidiani e tgcom). Sulla presenza di libici, e tra essi di ex qaedisti, con un contingente di circa 600 unità, ci informa il Corriere del 10 febbraio con Olimpo, che avalla anche la presenza  tra essi di “consiglieri” qatarini e britannici: “La stampa di Bengasi ha celebrato la missione in Siria da parte della “legione libica”, forse 600 uomini inviati a Damasco per contribuire a destabilizzare il regime di Assad. «Non stupisce – scrive il “Corriere” – che la missione di sostegno alla rivolta sia coordinata dall’ex qaedista Abdelhakim Belhaj, figura di spicco della nuova Libia, e dal suo vice Mahdi Al Harati», noto come agente della Cia “nonostante” la sua militanza nell’organizzazione di Osama Bin Laden. Harati è in Siria dalla fine di dicembre. G. Chiesa conferma sul Fatto, citando anche link a quotidiani esteri http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/della-persia/190829/. Sulla presenza di jihadisti c’è la fonte http://www.meridianionline.org/2012/02/11/e-se-in-siria-ci-fosse-al-qaeda-gli-007-americani-ne-sono-convinti/ che cita il abhat al-Nusra li-Ahl al-Sham (il Fronte per la Protezione del Popolo Siriano), gruppo jihadista di recente formazione in Siria salutato con entusiasmo da diversi forum estremisti in rete; si aggiunga che i Fratelli musulmani di Giordania incitano alla Jihad (guerra santa) contro il regime del presidente siriano Bashar al Assad, affermando che si tratta di un «dovere islamico», lo si legge in un comunicato pubblicato sul sito del movimento religioso. Sulla presenza di Al Qaeda in Siria, non si hanno quasi più dubbi. Subito dopo le dichiarazioni del leader di Al Qaeda, diffuse via video e riportate da ogni media, a sostegno dei “leoni di Siria” e contro il regime “anti-islamico” di Assad, fonti di intelligence americane riportano analisi secondo le quali gruppi qaedisti hanno già compiuto almeno tre attentati stragistici in Siria. Il Corriere riporta: “ Prima le stragi con gli attentatori suicidi a Damasco e Aleppo. Poi un generale ucciso nella capitale siriana. Issa Al Khouli è stato assassinato da tre uomini armati che lo hanno sorpreso mentre si recava al lavoro, all’ ospedale militare. Un agguato che segnala un salto di qualità, con scenari che inquietano la diplomazia. Perché adesso è emerso il fattore Al Qaeda. Era lì, nascosto dalla «nebbia di guerra», e volutamente ignorato per non frenare il supporto ai ribelli siriani…. Una situazione che potrebbe allarmare i Paesi occidentali, decisi a sostenere la rivolta in Siria. Serve cautela e la fuga di notizie, ispirata dagli 007, è un avviso. Stiamo attenti a chi aiutiamo. Potrebbe accadere che americani, con gli europei, si trovino a fianco degli islamisti. È avvenuto in Afghanistan, poi in Bosnia, infine in Libia. Adesso lo schema torna in Siria. C’ è poi un altro risvolto e riguarda l’ opposizione siriana nel suo complesso. A Washington inquietano le divisioni tra i ribelli e la mancanza di controllo da parte dei dirigenti in esilio. “ http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/12/Damasco_assassinato_generale_siriano_co_8_120212010.shtml . In pratica, il Corriere, scrivendo che l’elemento stragistico dentro l’opposizione armata era stato “volutamente ignorato per non frenare il supporto ai ribelli siriani” svela, senza neanche tanto pudore, come i media stiano compiendo propaganda a favore dell’intervento armato occidentale con una campagna mediatica di guerra psicologica. E non c’è bisogno di dire che quelle stragi ad opera di Al Qaeda le aveva già decretate tali il governo siriano, che accusa il LES anche di varie altri stragi, compresa quella di Homs, che tanto ha fatto scattare in piedi l’opinione pubblica mondiale per il massacro, quando non genocidio, che starebbe compiendo il regime di Assad (per non parlare dell’attentato al giornalista francese G. Jacquier, sempre addebitato ad Assad salvo poi addebitarlo agli insorti in una indagine di Le Figaro, http://www.peacelink.it/editoriale/a/35504.html, e in un rapporto del capo degli osservatori della Lega Araba).

Ma chi ha compiuto la strage di Homs? Con ogni probabilità entrambi gli eserciti, quello regolare di Assad e il LES. Secondo il capo degli osservatori della Lega Araba sarebbe stato il LES a iniziare il fuoco, e l’esercito siriano a rispondere. Del resto, secondo il rapporto degli osservatori della Lega Araba, FONTE3, a Homs la Missione ha visto gruppi armati commettere atti di violenza contro le forze governative, causando morti e feriti nelle loro file […] e gli osservatori hanno notato che alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti; […la Missione ha anche] assistito ad atti di violenza commessi contro Forze governative e civili, che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti includono il bombardamento di un autobus di civili, che ha ucciso otto persone e ferito altri, tra cui donne e bambini.” Silvia Cattori FONTE4 ha intervistato un civile presente a Homs che afferma che i responsabili della strage di civili che in tutto il mondo ha fatto scattare la richiesta di intervento ONU contro Assad sono gli insorti armati! Testimonianza: “Sparano da ogni parte.. vogliono uccidere.. I loro colpi hanno ucciso 20 militari che si trovavano nel nostro quartiere (Hadara).. Sono loro che sparano e ci bombardano. Li sente? Stanno bombardando il nostro quartiere proprio ora [11,40 di domenica 5 febbraio]. Sparano e uccidono all’impazzata tanto gli alauiti che i sunniti nei quartieri che controllano.” Silvia Cattori: Ma quando dice «loro», a chi si riferisce? Risposta: Parlo dell’opposizione armata contro Bashar [il presidente siriano Bashar Assad, n.d.t.]. Silvia Cattori: Si sono viste immagini che mostravano oppositori davanti a decine di corpi ricoperti da lenzuola bianche e si diceva che erano stati uccisi nel quartiere di Khaldiyé. Quindi secondo lei erano corpi di civili e militari uccisi dai gruppi armati? Risposta: Sì. Li hanno uccisi loro. Tra questi corpi, persone del nostro quartiere hanno riconosciuto persone che erano state rapite [2], alcuni da molto tempo. Molta gente è stata portata via. I prelevamenti sono cominciati ad aprile. Silvia Cattori: Tra questi corpi è stato riconosciuto qualcuno che lei conosceva? Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha parlato di 100 bambini uccisi a Homs l’altro giorno.. Risposta: Parenti del mio quartiere hanno riconosciuto, tra i cadaveri, una ventina di uomini che erano stati rapiti. Portavano segni di torture. Non hanno potuto vedere tutti i corpi. Non hanno visto donne né bambini tra i cadaveri. Hanno visto corpi di uomini, gente scomparsa, di parenti, che presentavano sicuramente tracce di torture apparentemente anteriori alla morte; hanno assicurato che questi uomini erano stati prelevati tempo prima, che sembravano essere stati giustiziati, non uccisi dalle cannonate.

E non ci sono solo queste fonti su stragi di civili a opera del LES, ce ne sono altre sul campo, lontano da Homs, di liberi cittadini. Per esempio la testimonianza di riportata da Marinella Correggia per il Manifesto: “Il monastero di San Giacomo di Qara sta diffondendo le liste di “civili morti e feriti per opera di bande armate e non nel corso di proteste”, frutto della “violenza cieca di un’insurrezione sempre più manipolata”. Nomi, cognomi, età, indirizzo e circostanze. Le fonti sono gli ospedali, le famiglie e la Mezzaluna siriana (il cui segretario generale Abd al-Razzaq Jbeiro è stato ucciso mercoledì scorso). Ecco i numeri. Fra marzo e inizi di ottobre, la lista dei morti civili comprende 372 nomi, fra cui diversi bambini (il più piccolo era Moutasim al-Yusef di tre anni, morto ad Haslah il 6 settembre), donne (fra le quali Sama Omar, incinta, uccisa a Tiftenaz il settembre). La lista dei feriti per il solo mese di ottobre e per la sola provincia di Homs vede 390 nomi fra cui diversi bambini; il più piccolo, Ala Al Sheikh di Qosseir aveva un anno e mezzo). Fra gli ultimi uccisi, il curato greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom. I cristiani starebbero abbandonando interi quartieri soprattutto a Homs e Hama.”

In definitiva: cosa sta succedendo in Siria? Che il popolo, per lo più pacifico e contrario ad Assad aveva iniziato una rivoluzione nonviolenta, coordinata dal CNSCD; che Assad ha represso le manifestazioni nel sangue; che in seguito alla repressione dal CNSCD si è formato fuori dalla Siria un apparato, il Cns, eterodiretto, con il fine di ribaltare il regime di Assad e un assembramento di tanti gruppi armati formati da ex soldati regolari, da movimenti fondamentalisti riconducibili alla jihad islamica con apporti libici e qaedisti, e probabilmente con l’appoggio di soldati di Qatar e GB. Si è passati cioè dalla rivoluzione nonviolenta popolare alla controrivoluzione armata etero-diretta, e quest’ultima è identificata, purtroppo, dai media, con l’opposizione siriana al regime, con il popolo siriano. Il popolo siriano, invece è solo, senza voce, strangolato e ucciso da una guerra civile che ha una sola vittima e due carnefici, e il suo più riconosciuto e rappresentativo organismo plaude al veto ONU di Cina e Russia perché vuole una rivoluzione democratica progressiva, nonviolenta, e soprattutto condotta dai siriani, pur con tutti i sacrifici, anche di vite umane che comporta: saranno comunque minori di quelli che causerebbe una guerra a opera di pochi elementi siriani e di alcune determinanti potenze straniere, e fatta nell’interesse di queste ultime.

Questa è la mia visione, in estrema sintesi, stante al 14 febbraio 2012 sulla situazione in Siria, una visione che si basa, ho la presunzione di dire, solo sulle informazioni in mio possesso e sulla mia capacità critica di discernimento e correlazione, nonché sulle deduzioni logiche; una visione priva di pregiudizi e condizionamenti ideologici di alcun tipo, aperta alla sua stessa revisione sulla base di nuove e illuminanti informazioni. Una visione, questo sì, che parte da due valori: il rispetto della vita umana, il diritto all’autodeterminazione di un popolo.

FONTI:

FONTE 1

Ossamah Al Tawil membro del Comitato Esecutivo del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico ha rilasciato la seguente intervista qualche giorno fa per www.ildialogo.org . Vive in Italia da vent’anni, è italo-siriano, ha 40 anni, lavora come designer, è stato perseguitato in Siria a 18 anni ed è rimasto in Italia perché obiettore di coscienza. Gli abbiamo posto tutta una serie di domande come se fossimo un lettore qualunque che non sa nulla della Siria e cerca di acquisire le maggiori informazioni possibili per farsi una idea precisa della realtà siriana. Le sue risposte sono precise ed articolate dimostrando di conoscere bene quello di cui parla, fa denunce precise sia verso il governo Assad, sia verso quei gruppi che, a suo dire, stanno fomentando lo scontro armato in Siria con lo scopo di provocare un intervento armato esterno delle grandi potenze. Parla a lungo del processo di formazione del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico (CNSCD) e del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) che dal coordinamento si è scisso dopo un primo momento di unità. Racconta l’evolversi del movimento di opposizione ad Assad. Spiega i motivi che stanno alla base della crisi siriana, il ruolo dei Fratelli Musulmani, che sarebbero l’unica componente del CNS e la vera natura del cosiddetto “Esercito Siriano Libero”; spiega il ruolo dei paesi del Golfo Persico e quello delle emittenti tv da loro gestite

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/noguerra/NotizieCommenti_1328967644.htm

FONTE 2

Il 18 aprile scorso il Washington Post ha rivelato l’esistenza di rapporti trala Casa Biancae gruppi dell’opposizione siriana (http://www.washingtonpost.com/world/us-secretly-backed-syrian-opposition – link ormai inattivo). La notizia si basava su documenti diplomatici diffusi da WikiLeaks, secondo i quali gli americani avevano iniziato a finanziare gruppi dissidenti siriani sottola presidenza Bushche nel 2005 aveva rotto i rapporti con Damasco. Il Dipartimento di Stato americano ha finanziato in particolare il Movimento per la giustizia e lo sviluppo – composto da ex membri dei Fratelli musulmani e considerato come «islamista moderato» – con oltre 6 milioni di dollari tra il 2006 e il 2010. Questo movimento, che possiede un canale televisivo satellitare situato a Londra, chiama apertamente al rovesciamento del regime di Al-Asad.

FONTE 3

Dal rapporto degli Osservatori della Lega Araba:

26. ADera’a e Homs, la Missione ha visto gruppi armati commettere atti di violenza contro le forze governative, causando morti e feriti nelle loro file. In certe situazioni, le forze governative hanno risposto agli attacchi condotti con forza contro di loro. Gli osservatori hanno notato che alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti.

27. AHoms, Hama e Idlib, le missioni degli osservatori hanno assistito ad atti di violenza commessi contro Forze governative e civili, che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti includono il bombardamento di un autobus di civili, che ha ucciso otto persone e ferito altri, tra cui donne e bambini, e il bombardamento di un treno che trasportava gasolio.

Rapporto osservatori internazionali della Lega Araba

http://www.peacelink.it/conflitti/a/35517.html

FONTE 4

S. Cattori http://www.silviacattori.net/article2800.html

FONTE 5

SIRIA. GUERRA MEDIATICA.

TERZA PUNTATA. La conta dei morti che nessuno fa: gli uccisi da bande armate (metà gennaio)

Il monastero di San Giacomo di Qara sta diffondendo le liste di “civili morti e feriti per opera di bande armate e non nel corso di proteste”, frutto della “violenza cieca di un’insurrezione sempre più manipolata”. Nomi, cognomi, età, indirizzo e circostanze. Le fonti sono gli ospedali, le famiglie e la Mezzaluna siriana (il cui segretario generale Abd al-Razzaq Jbeiro è stato ucciso mercoledì scorso). Ecco i numeri. Fra marzo e inizi di ottobre, la lista dei morti civili comprende 372 nomi, fra cui diversi bambini (il più piccolo era Moutasim al-Yusef di tre anni, morto ad Haslah il 6 settembre), donne (fra le quali Sama Omar, incinta, uccisa a Tiftenaz il settembre). La lista dei feriti per il solo mese di ottobre e per la sola provincia di Homs vede 390 nomi fra cui diversi bambini; il più piccolo, Ala Al Sheikh di Qosseir aveva un anno e mezzo). Fra gli ultimi uccisi, il curato greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom. I cristiani starebbero abbandonando interi quartieri soprattutto a Homs e Hama.

Fra la pittura delle icone per la sopravvivenza del monastero, l’aiuto a famiglie in difficoltà e le preghiere quotidiane, la superiora madre Agnès-Mariam de la Croix sta pensando a un “bollettino settimanale che risponda con fatti e nomi di vittime alle false liste di propaganda dell’Osservatorio siriano dei diritti umani basato a Londra”. Quest’ultimo per la conta dei morti è – insieme ai Cosiddetti Comitati di coordinamento locale – la fonte quasi unica della stampa internazionale e dello stesso Commissariato Onu per i diritti umani, che diffonde la cifra di cinquemila morti attribuendoli alla repressione governativa. Qualcuno comincia a dubitare dell’Osservatorio londinese che, dice la Madre, “spesso non dà nomi e quando li dà non precisa che si tratta di uccisi da bande armate”. Secondo le cifre governative, sono stati uccisi duemila fra poliziotti e soldati.

Palestinese di nazionalità libanese, Agnès-Mariam de la Croix si è attirata gli strali della stampa francese (lei è francofona) che la accusa di essere pro-regime. Vede l’urgenza della verità, per contrastare “un piano di destabilizzazione che vuole portare a uno scontro confessionale e alla guerra civile, gli uni contro gli altri, in un paese che è sempre andato fiero della convivenza”. Nei mesi, il conflitto sembra essere passato “da una rivendicazione popolare di riforme e democrazia a una rivoluzione islamista con bande armate” (sostenuta dall’esterno, petromonarchie, Occidente, Turchia). La Madre ha ospitato nel monastero una riunione di oppositori disponibili a un dialogo nazionale, e ha anche mediato con l’esercito perché allentasse la pressione sugli abitanti di un villaggio.

Un gruppo di giovani siriani ha iniziato un analogo lavoro di indagine e “controinformazione”. Hanno creato un “Osservatorio siriano sulle vittime della violenza e del terrorismo” (Sovvt) e faranno indagini sul campo per preparare dossier e documenti.

Fanno strage, oltre ai colpi di arma da fuoco, gli ordigni esplosivi. Come quello che tra Ariha e Al Mastouma (provincia di Idlib) ha ucciso sei operi tessili ferendone altre sedici mentre viaggiavano sull’autobus aziendale. Vari altri cittadini sono rimasti vittime di un ordigno vicino a Majarez. Colpita alla testa su un altro bus aziendale una ingegnere di Maharda è morta per le ferite. Undici passeggeri sono morti e tre sono rimasti feriti su un autobus civile a Homs, attaccato da armati.

L’agenzia stampa ufficiale Sana riferisce quotidianamente di agenti uccisi o feriti, rapimenti, esplosioni di ordigni che prendono di mira infrastrutture pubbliche (treni, linee elettriche, strade), disinnesco di esplosivi e sequestri di armi pesanti.

Marinella Correggia

Pubblicato sul Manifesto online il 27/01/2012

 

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A quando la memoria della Nakba?

La fondazione tedesca EVZ ha bloccato i finanziamenti alla Ong israeliana Zochrot per un progetto sulla Nakba, la catastrofe del 1948. Una decisione che contribuisce all’oscuramento della “memoria” palestinese, in chiaro contrasto con gli obiettivi della fondazione.

GIORGIA GRIFONI

 

Roma, 26 gennaio 2012, Nena-News. (Nella foto, cartello lasciato tra i binari della ferrovia che conduce al campo di sterminio di Birkenau). Non bisogna dimenticare l’Olocausto. Ma non è, invece, necessario continuare a testimoniare la Nakba, la ‘catastrofe’ dei Palestinesi. Questo è quanto fa capire la decisione della fondazione tedesca EVZ (Ricordo, Responsabilità e Futuro) di bloccare i fondi destinati alla Ong israeliana ‘Zochrot’(Ricordo), che promuove la consapevolezza della tragedia palestinese nello Stato ebraico. La ragione? Zochrot sostiene il diritto al ritorno degli abitanti della Palestina storica, cacciati o scappati volontariamente dalle loro case nella guerra del 1948, dopo la fondazione dello Stato d’Israele.

“La EVZ – ha dichiarato uno dei direttori, Gunther Saathoff, al quotidiano Haaretz – sostiene progetti educativi, ma non le organizzazioni che hanno un’agenda politica”. Nella quale figura il ritorno che, lungi dall’essere un diritto, per alcune categorie di persone sembra diventare un fine politico. La fondazione tedesca eroga finanziamenti per progetti nazionali o internazionali che rientrino nelle seguenti categorie:  promozione dell’interpretazione critica della storia, tutela dei diritti umani e sostegno alle vittime del Nazionalsocialismo, assieme alla trasmissione del ricordo delle efferatezze del Terzo Reich. Nata nel 2000 grazie a una legge apposita, la EVZ è creatura del governo tedesco: con un capitale di più di 5 miliardi di euro fornito dall’Impresa tedesca per l’iniziativa delle fondazioni e dal Governo federale, finora ha erogato quattro miliardi e mezzo di compensazioni a più di cento milioni di vittime del Nazismo sparse in vari Paesi del mondo. Se è vero che i Palestinesi non figurano tra le vittime della follia nazista, trovano però il loro posto nella categoria ‘diritti umani negati’. E, nel contesto mediorientale, anche in quella dell’interpretazione critica della storia.

Tanto che la EVZ aveva promesso circa 25.000 euro a Zochrot per un progetto educativo sulla Nakba. Il quotidiano Haaretz riporta però di come la fondazione avesse convocato il nuovo direttore della Ong israeliana, Liat Rosenberg, per chiedergli di non menzionare pubblicamente il contributo della EVZ nei documenti online relativi al progetto. Qualche tempo dopo è arrivato lo stop ai finanziamenti al programma di Zochrot. La motivazione dichiarata è la presunta politicizzazione della Ong che, tramite tour guidati dei luoghi dove si trovavano i villaggi arabi prima del 1948 organizzati sia per israeliani sia per palestinesi, costituirebbe una deviazione dalla linea della Fondazione per la distribuzione dei fondi. La posizione di Zochrot sul diritto al ritorno non è una novità dell’ultimo anno: da quando è stata fondata, nel 2002, non ha mai fatto mistero della propria ideologia. Un’ideologia che promuove il ricordo della Nakba palestinese assieme al diritto delle vittime di quella tragedia. Stessa linea seguita dalla EVZ per le vittime del Nazismo.

La Germania, da sempre sostenitrice d’Israele, porta ancora sulle spalle il debito storico che ha nei confronti degli Ebrei e quindi, dello Stato da essi fondato. Forniture d’armi, progetti di cooperazione, compensazioni e accordi fanno parte, a quanto sembra, di una naturale espiazione della colpa dei suoi padri. La volontà di non turbare i rapporti con il popolo quasi annientato dal Terzo Reich potrebbe non essere però l’unica ragione della decisione della EVZ. C’è il sospetto che Zochrot sia l’ennesima vittima della recente legislazione approvata dal governo Netanyahu nei confronti di alcune Ong israeliane, che stabilisce un tetto massimo annuale nei finanziamenti europei ad alcune organizzazioni ’scomode’. Haaretz riporta anche la testimonianza di Sonja Bohme, program manager alla EVZ, secondo la quale la fondazione avrebbe ricevuto richieste di informazione sui finanziamenti a Zochrot da parte del governo israeliano. Alcuni eventi sembrano destinati a non essere ricordati. Nena News

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Campagna di pressione sui parlamentari per fermare le spese militari finalizzate alla guerra e all'acquisto dei cacciabombardier

Campagna: Manifesto Nonviolento

Promossa da: Associazione Peacelink
MANIFESTO NONVIOLENTO


Noi sottoscritti, singoli e associazioni,

CHIEDIAMO al governo di attuare il risanamento del bilancio statale a partire dal taglio drastico delle spese militari.

DICHIARIAMO CHE 

- votare a favore di missioni militari volte a partecipare ad azioni di guerra all’estero viola l’articolo 11 della Costituzione

- non sosterremo politicamente con il voto i partiti che in Parlamento voteranno a favore dei finanziamenti per tali missioni o per l’acquisto di cacciabombardieri F-35, ovvero i partiti che si dichiareranno favorevoli alle suddette iniziative, se non rappresentati in Parlamento.

 

PRIMI FIRMATARI

SINGOLI:

Lorenzo Galbiati; Alessandro Marescotti; Michele Boato; Antonella Recchia; Laura Tussi; Lidia Giannotti; Nadia Redoglia; Marco Palombo; Giulio De La Pierre; Claudio Pozzi; Giuliano Falco; Enrico Peyretti; Pilar Castel; Tiziano Cardosi; Paola Merlo; Nicoletta Crocella; Ettore Acocella; Dante Bedini; Lino Balza; Franco Borghi; Valentina Conti; Luigi Guasco; Francesco Biagi; Renato Guarino; Antonio Vermigli; Pietro Lazagna; Alberto Cacopardo; Bruno Leopoldo; Manuela Iacopetti; Davide Bertok; Olivier Turquet; Paolo Bertagnolli; Mauro Biani; Alex Zanotelli; Emanuela Fumagalli; Pierluigi Ontanetti; Liliana Boranga; Giuseppe Lodoli; Antonio De Filippis; Paolo D’Arpini; Angelo Baracca; Vittorio Pallotti; Francesco Vignarca; Piergiorgio Rasetti; Gualtiero Via; Ernesto Celestini; Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo; Farshid Nourai; Francesco Lo Cascio; Gabriele Volpi; Giovanni Sarubbi; Alessandra Zaghini; Paolo Vachini; Matteo Zaghini; Aurora Perego; Marinella Correggia; Natalia Castaldi; Alfonso Navarra; Loretta Mussi; Antonio Lombardi; Gianfranco Aldrovandi; Massimiliano Pilati; Vittorio Agnoletto, già eurodeputato; Isabella Horn; Stefano Melis; Paolo Spunta; Alessandro Robecchi; Gian Mario Gillio; Duccio Demetrio; Diego Parassole; Virginio Bettini; Daniele Biacchessi; Alberto L’Abate; Maria Carla Biavati; Gianmarco Pisa; Dario Palini; Agnese Ginocchio; Gilberto Squizzato; Paola Bassi; Roberta Salardi; Gianni Scotto; Riccardo Troisi; Alberto Patrucco; Andrea Gallo; Maurizio Somma; Nella Ginotempo; Mao Valpiana; Francesca Spurio; Moni Ovadia; Maso Notarianni; Angelo Miotto; Donatella Coccoli; Annalisa Altini; Fabio Pipinato; Alessandro Capuzzo; Antonia Carone; Claudio Carrara; Paola Ciardella; Brunetto Salvarani; Elena Raina; Gianni Donaudi. 

 

Associazioni:

Peacelink; Ecoistituto del Veneto Alex Langer; Stelle cadenti – Artisti per la pace; Donne per la Solidarietà – Scuola d’Azione per lo Sviluppo Sostenibile onlus; Roma Social Forum; Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute onlus; Centro Studi Umanisti Ti con Zero; Mondo Senza Guerre e Senza Violenza; Emergency ONG onlus; Circolo Vegetariano VV.TT; Rete Bioregionale Italiana; Freedom Flotilla Italia; Centro Pace comune Bolzano; Redazione di www.mamma.am;Associazione Popoli Minacciati; Associazione per la pace; Movimenti Civici; Redazione di www.ildialogo.org; Operazione Colomba – Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII; Associazione Kronos Milano; Un Ponte per…; Collettivo Nonviolento Uomo Ambiente Bassa Reggiana; Centro Studi Sereno Regis; Rete degli Ebrei Contro l’Occupazione; IPRI – Corpi Civili di Pace; ReOrient; Comunità San Benedetto; Casa della Pace e della Nonviolenza; Redazione di Pressenza Italia; Rete NoWAR; Movimento Nonviolento; WILPF – Italia; Peacereporter; Redazione di www.unimondo.org; Nigrizia; Redazione di Left – Avvenimenti.

Aderisci:

Firmando qui:

http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=90&id_topic=4

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Answering Obama's UN Address

Stephen ZunesDuring the Bush administration, I wrote more than a dozen annotated critiques of presidential speeches. I have refrained from doing so under President Barack Obama, however, because – despite a number of disappointments with his administration’s policies — I found his speeches to be relatively reasonable. Although his September 21 address before the UN General Assembly contained a number of positive elements, in many ways it also contained many of the same kind of duplicitous and misleading statements one would have expected from his predecessor.

Below are some excerpts, followed by my comments.

War and conflict have been with us since the beginning of civilizations. But…the advance of modern weaponry [has] led to death on a staggering scale.

Very true. Too bad the United States remains the world’s number-one exporter of weapons, ordnance, and delivery systems in the world, most of which are provided to autocratic regimes and other governments which have used these weapons against civilian populations. For example, after more than 800 civilians were killed by U.S.-armed Israeli forces in a three-week assault on crowded civilian neighborhoods in the Gaza Strip in early 2009, the Obama administration rebuffed calls by Amnesty International for an international arms embargo on both the Israeli government and Hamas by actually increasing unconditional military aid to Israel.

At the end of this year, America’s military operation in Iraq will be over. We will have a normal relationship with a sovereign nation that is a member of the community of nations. That equal partnership will be strengthened by our support for Iraq — for its government and for its security forces, for its people and for their aspirations.

The repressive and autocratic Iraqi regime, dominated by sectarian Shi'ite political parties, will continue to be largely dependent on the United States, which maintains a sprawling embassy complex with thousands of employees in the heart of the Iraqi capital. The United States will continue to employ and direct tens of thousands of foreign mercenaries and others throughout the country even after the formal withdrawal of U.S. troops. This hardly constitutes an “equal partnership.”

One year ago, when we met here in New York, the prospect of a successful referendum in South Sudan was in doubt. But the international community overcame old divisions to support the agreement that had been negotiated to give South Sudan self-determination. And last summer, as a new flag went up in Juba, former soldiers laid down their arms, men and women wept with joy, and children finally knew the promise of looking to a future that they will shape.

The successful referendum leading to the independence of South Sudan is indeed an impressive and positive achievement. By contrast, the United States (along with France) has blocked the UN from enforcing a series of Security Council resolutions calling for a referendum by the people of Western Sahara for self-determination, illegally occupied by Morocco since its 1975 invasion. This double standard is particularly striking given that the new nation of South Sudan emerged from what was universally recognized as Sudanese territory, whereas the UN recognizes Western Sahara as a non-self-governing territory.

The Arab Spring

One year ago, the hopes of the people of Tunisia were suppressed. But they chose the dignity of peaceful protest over the rule of an iron fist. A vendor lit a spark that took his own life, but he ignited a movement. In a face of a crackdown, students spelled out the word "freedom." The balance of fear shifted from the ruler to those that he ruled. And now the people of Tunisia are preparing for elections that will move them one step closer to the democracy that they deserve.

It’s easy to praise a pro-democracy uprising after it has overthrown a dictator, but it should be remembered that the Obama administration was a strong supporter of the autocratic regime of Zine El Abidine Ben Ali almost to the very end. As the popular, largely nonviolent civil insurrection commenced in December, Congress approved an administration request for $12 million in security assistance to Tunisia, one of only five foreign governments provided direct taxpayer-funded military aid in the appropriations bill. As protests increased in January and the Tunisian regime gunned down pro-democracy protesters, Secretary of State Hillary Clinton expressed her concern over the impact of the "unrest and instability" on the "very positive aspects of our relationship with Tunisia" and insisted that the United States was "not taking sides."

One year ago, Egypt had known one President for nearly 30 years. But for 18 days, the eyes of the world were glued to Tahrir Square, where Egyptians from all walks of life — men and women, young and old, Muslim and Christian — demanded their universal rights. We saw in those protesters the moral force of non-violence that has lit the world from Delhi to Warsaw, from Selma to South Africa — and we knew that change had come to Egypt and to the Arab world.

Lauding the “moral force of non-violence” in the cause of freedom is significant, particularly coming from the president of a country that Martin Luther King – who led the Selma protests to which Obama referred – identified as the “greatest purveyor of violence in the world.” Indeed, it is significant that a U.S. president would acknowledge the power of strategic nonviolent action, which has for so long been ignored in Washington and serves as a refreshing contrast to the previous administration, which argued that democracy could only be advanced in the Middle East through U.S.-led invasions.

However, it’s important to remember that just one month prior to the Egyptian revolution, Obama and the then-Democratic Congress approved an additional $1.3 billion in security assistance to help prop up Hosni Mubarak's repressive regime. Just days before the dictator’s ouster, Secretary of State Clinton insisted that "the country was stable" and that the Mubarak government was "looking for ways to respond to the legitimate needs and interests of the Egyptian people," despite the miserable failure of the regime to do so for nearly 30 years in power. Asked whether the United States still supported Mubarak, White House spokesman Robert Gibbs said Egypt remains a "close and important ally." As during the Tunisian protests, the Obama administration tried to equate the scattered violence of some pro-democracy protesters with the far greater violence of the dictatorship's security forces, with Gibbs saying, "We continue to believe first and foremost that all of the parties should refrain from violence."

In an interview with the BBC in 2009 just prior to Obama's visit to Egypt, Justin Webb asked the president, "Do you regard President Mubarak as an authoritarian ruler?" Obama's reply was "No," insisting that, "I tend not to use labels for folks." Obama also refused to acknowledge Mubarak's authoritarianism on the grounds that, "I haven't met him," as if the question was in regard to the Egyptian dictator's personality rather than his well-documented intolerance of dissent. Referring to Mubarak as "a stalwart ally, in many respects, to the United States," Obama went on to insist that, "I think he has been a force for stability and good in the region."When the BBC's Webb asked Obama how he planned to address the issue of the "thousands of political prisoners in Egypt," he replied that the United States should not try to impose its human rights values on other countries.

The measure of our success must be whether people can live in sustained freedom, dignity, and security. And the United Nations and its member states must do their part to support those basic aspirations. And we have more work to do.

If President Obama really believes this, it makes it difficult to explain why he plans to veto a UN Security Council resolution recognizing the “basic aspirations” of the Palestinians for national self-determination.

Already, the United States has imposed strong sanctions on Syria’s leaders. We supported a transfer of power that is responsive to the Syrian people. And many of our allies have joined in this effort. But for the sake of Syria — and the peace and security of the world — we must speak with one voice. There's no excuse for inaction. Now is the time for the United Nations Security Council to sanction the Syrian regime, and to stand with the Syrian people.

International sanctions against the Syrian dictatorship are indeed appropriate, and Obama is correct in calling for the Security Council to act. Unfortunately, the United States has little credibility in this regard, given its long history of blocking the UN from enforcing sanctions against allied regimes – including Indonesia (during its occupation of East Timor) and South Africa (when the then-apartheid regime was occupying Namibia) – and other countries that have, like the Syrian regime, massacred thousands of unarmed opponents.

Throughout the region, we will have to respond to the calls for change. In Yemen, men, women, and children gather by the thousands in towns and city squares every day with the hope that their determination and spilled blood will prevail over a corrupt system. America supports those aspirations. We must work with Yemen’s neighbors and our partners around the world to seek a path that allows for a peaceful transition of power from President Saleh, and a movement to free and fair elections as soon as possible.

This is a welcome change from Obama’s previous support for the Saleh regime. Indeed, in his first two years of office, U.S. security assistance to the Saleh dictatorship increased five-fold from the Bush administration. Despite suspending U.S. support to the dictator’s repressive security forces, however, Obama has refused to call for international sanctions, as he has with Syria.

In Bahrain, steps have been taken toward reform and accountability. We’re pleased with that, but more is required. America is a close friend of Bahrain, and we will continue to call on the government and the main opposition bloc — the Wifaq — to pursue a meaningful dialogue that brings peaceful change that is responsive to the people. We believe the patriotism that binds Bahrainis together must be more powerful than the sectarian forces that would tear them apart. It will be hard, but it is possible.

It has been Bahrain’s government, controlled by the Sunni minority, not the pro-democracy opposition, which has been playing the sectarian card. And some key members of Obama’s own administration, such as special advisor Dennis Ross, have disingenuously exaggerated Iranian support for the mostly (though not exclusively) Shi’a pro-democracy opposition movement.

Unfortunately, rather than advocating sanctions, as the president has done with Syria, the U.S. Defense Department announced just a week before Obama’s speech a proposed sale of $53 million of weapons and related equipment to Bahrain’s repressive sectarian regime. According to Maria McFarland, deputy Washington director at Human Rights Watch, “This is exactly the wrong move after Bahrain brutally suppressed protests and is carrying out a relentless campaign of retribution against its critics. It will be hard for people to take U.S. statements about democracy and human rights in the Middle East seriously when, rather than hold its ally Bahrain to account, it appears to reward repression with new weapons.”

We believe that each nation must chart its own course to fulfill the aspirations of its people, and America does not expect to agree with every party or person who expresses themselves politically. But we will always stand up for the universal rights that were embraced by this Assembly. Those rights depend on elections that are free and fair; on governance that is transparent and accountable; respect for the rights of women and minorities; justice that is equal and fair. That is what our people deserve. Those are the elements of peace that can last.

The nature of such universal rights is indeed in their universality. Unfortunately, the Obama administration seems to have embraced the same double standards of previous administrations in supporting human rights based more on a given government’s relationship with the United States than its actual human rights record.

Moreover, the United States will continue to support those nations that transition to democracy — with greater trade and investment — so that freedom is followed by opportunity.

Unfortunately, increased U.S. trade and investment has frequently taken place under a neo-liberal model that has actually lessened opportunities for small indigenous entrepreneurs and has harmed sustainable development practices. The result has been increased inequality and the enrichment of undemocratic elites at the expense of the poor majority.

We will pursue a deeper engagement with governments, but also with civil society — students and entrepreneurs, political parties and the press.

Here and at a number of other points in his speech, Obama – to his credit – has emphasized the agency of ordinary people rather focusing exclusively on the role of states and international organizations. At the same time, his administration’s continued support for autocratic regimes and occupation armies that suppress civil society raises serious questions regarding his commitment.

We have banned those who abuse human rights from traveling to our country. And we’ve sanctioned those who trample on human rights abroad. And we will always serve as a voice for those who've been silenced.

The United States has taken such actions only with human rights abusers from countries that don’t support U.S. policy. The Obama administration has been far more tolerant of human rights abusers from countries with which the United States is allied.

Palestinian Statehood and Middle East Peace

One year ago, I stood at this podium and I called for an independent Palestine. I believed then, and I believe now, that the Palestinian people deserve a state of their own. But what I also said is that a genuine peace can only be realized between the Israelis and the Palestinians themselves. One year later, despite extensive efforts by America and others, the parties have not bridged their differences… It’s well known to all of us here. Israelis must know that any agreement provides assurances for their security. Palestinians deserve to know the territorial basis of their state.

Obama’s stated support for the establishment of a Palestinian state based roughly on Israel’s pre-1967 borders is far more explicit than that of any previous president, subjecting him to harsh criticism from both Republicans as well as a number of Congressional Democrats. However, given that the Palestine Authority has already “provided assurances” for Israel’s security by agreeing to, as part of a final peace settlement, an internationally supervised disarming of any and all irregular militias, a demilitarization of their state, and the banning of hostile forces from their territories, only to be met by Netanyahu’s continued refusal to withdraw from the occupied territories, it raises questions as to why Obama implied that both sides needed to “bridge their differences.”

Now, I know that many are frustrated by the lack of progress. I assure you, so am I. But the question isn’t the goal that we seek — the question is how do we reach that goal. And I am convinced that there is no short cut to the end of a conflict that has endured for decades. Peace is hard work. Peace will not come through statements and resolutions at the United Nations — if it were that easy, it would have been accomplished by now.

The main reason that UN resolutions have failed to resolve the conflict is that the United States has vetoed no less than 42 otherwise unanimous Security Council resolutions calling on Israel to live up to its international legal obligations and has blocked the enforcement of scores of other Security Council resolutions Washington allowed to pass.

Ultimately, it is the Israelis and the Palestinians — not us – who must reach agreement on the issues that divide them: on borders and on security, on refugees and Jerusalem.

The UN Charter and international law has always put the impetus on the occupying power, not the country under occupation, in reaching an agreement on issues that divide them. UN Security Council resolution 242, long considered the basis of a peace settlement and cited in a number of subsequent resolutions, reiterates the illegality of any nation expanding its territory by force, yet Obama now insists that the two sides must “reach agreement” on that question. Similarly, UN Security Council resolutions 252, 267, 271, 298, 476, and 478 – passed without U.S. objections during both Democratic and Republican administrations – specifically call on Israel to rescind its annexation of Jerusalem and other efforts to alter the city’s legal status. Yet Obama also now insists that occupied East Jerusalem be subjected to an “agreement” between the occupying power and those under occupation.

Ultimately, peace depends upon compromise among people who must live together long after our speeches are over, long after our votes have been tallied. …And that is and will be the path to a Palestinian state — negotiations between the parties.

Obama puts forward this false symmetry between Israel – by far the strongest military power in the region – and the weak Palestinian Authority, which governs only a tiny series of West Bank enclaves surrounded by Israeli occupation forces. The United States rejected calls for negotiations by Iraq when it occupied Kuwait and never insisted that Kuwaiti statehood could only be reclaimed through “negotiations between the parties.”

We seek a future where Palestinians live in a sovereign state of their own, with no limit to what they can achieve. There’s no question that the Palestinians have seen that vision delayed for too long. It is precisely because we believe so strongly in the aspirations of the Palestinian people that America has invested so much time and so much effort in the building of a Palestinian state, and the negotiations that can deliver a Palestinian state.

In reality, the United States long opposed the establishment of a Palestinian state and did not formally endorse the idea until as recently as 2003. As far backs as 1976, the United States vetoed a UN Security Council resolution calling for the establishment of a Palestinian state in the 22 percent of Palestine under Israeli occupation, which included strict security guarantees for Israel. Now Obama is preparing yet another veto to block Palestinian national aspirations.

But understand this as well: America’s commitment to Israel’s security is unshakeable. Our friendship with Israel is deep and enduring. And so we believe that any lasting peace must acknowledge the very real security concerns that Israel faces every single day…. The Jewish people have forged a successful state in their historic homeland. Israel deserves recognition. It deserves normal relations with its neighbors. And friends of the Palestinians do them no favors by ignoring this truth.

Israel would be far more secure behind internationally recognized and guaranteed borders than an archipelago of illegal settlements and military outposts amid a hostile population. The Palestinian Authority, backed by the entire Arab League, has already pledged security guarantees for, and full diplomatic relations with, Israel in return for its withdrawal from the occupied territories. If the United States really cares about Israeli security, it would force Israel’s right-wing government to accept the reasonable proposals of “land for peace.”

Each side has legitimate aspirations — and that’s part of what makes peace so hard. And the deadlock will only be broken when each side learns to stand in the other’s shoes; each side can see the world through the other’s eyes. That’s what we should be encouraging. That’s what we should be promoting.

The legitimate aspirations – for peace, security, and national self-determination – for both Israelis and Palestinians cannot be denied, and Obama is one of the first American presidents to even acknowledge that the Palestinians, and not just the Israelis, have such legitimate aspirations. Indeed, his potential Republican rivals in next year’s presidential election have attacked him for such even-handedness.

However, even if one agrees that both peoples indeed have equal rights to such aspirations, the fact remains that Palestine remains occupied and Israel is the occupier. The Palestine Authority is only asking for 22 percent of historic Palestine (the West Bank and Gaza Strip), but the Israelis are insisting that that is too much. The right-wing Israeli government—backed by an overwhelming bipartisan majority of Congress—insists on annexing much of the West Bank in a manner that would leave a Palestinian “state” with only a series of tiny, non-contiguous cantons surrounded by Israel, much like the infamous Bantustans of apartheid South Africa. Obama, then, is putting forward a false symmetry in regard to a very asymmetrical power relationship.

This body — founded, as it was, out of the ashes of war and genocide, dedicated, as it is, to the dignity of every single person — must recognize the reality that is lived by both the Palestinians and the Israelis. The measure of our actions must always be whether they advance the right of Israeli and Palestinian children to live lives of peace and security and dignity and opportunity. And we will only succeed in that effort if we can encourage the parties to sit down, to listen to each other, and to understand each other’s hopes and each other’s fears. That is the project to which America is committed. There are no shortcuts. And that is what the United Nations should be focused on in the weeks and months to come.

Unfortunately, in the more than 20 years since Palestinians and Israelis sat down and started listening to each other in negotiations, Israel has more than doubled the number of colonists in the occupied Palestinian territories in violation of the Fourth Geneva Convention, a series of UN Security Council resolutions, and a landmark 2004 advisory opinion of the International Court of Justice, all of which call on Israel to unconditionally withdraw from these settlements. The United States has pledged to veto any sanctions or other proposed actions by the United Nations to force Israel to live up to its international legal obligations.

Israel is also violating provisions of the Road Map, the Tenet Plan, the Mitchell Plan, and various other interim peace agreements that call for a freeze in additional settlements. Israel is continuing to expand these illegal settlements despite repeated objections from Washington, but Obama has steadfastly refused to condition any of the billions of dollars of U.S. aid to the rightist Israeli government to encourage them to stop. Given that Netanyahu has pledged to continue building these settlements on the very land the Palestinians need to establish a viable state regardless of negotiations, Palestinian President Mahmoud Abbas has not surprisingly come to the conclusion that continued talks are pointless.

Obama’s insistence that the UN not recognize a Palestinian state without Israel’s agreement despite its recognition by more than 130 countries also reveals a double standard, given that the United States supported Israel’s application for membership in the UN back in 1948 without demanding that it first sit down with the Palestinians and negotiate borders and other issues. More recently, the United States did not demand that Kosovo negotiate an agreement with the Serbs regarding its independence and has supported its membership in the UN, even though legally Kosovo is a province of Serbia, whereas the UN recognizes the West Bank as a territory under foreign belligerent occupation.

Nuclear Weapons

America will continue to work for a ban on the testing of nuclear weapons and the production of fissile material needed to make them.

This statement is ironic, given that the United States is one of only a handful of countries that has yet to ratify the Comprehensive Test Ban Treaty, which was originally adopted more than 15 years ago.

And so we have begun to move in the right direction [on nuclear proliferation]. And the United States is committed to meeting our obligations. But even as we meet our obligations, we’ve strengthened the treaties and institutions that help stop the spread of these weapons.

This is hardly the case. For example, as part of a 2006 nuclear cooperation agreement with India – one of only three states to refuse to sign the nuclear nonproliferation treaty (NPT) – a bipartisan majority of Congress voted to amend the U.S. Non-Proliferation Act of 2000, which had banned the transfer of sensitive nuclear technology to any country that refuses to accept international monitoring of its nuclear facilities. The U.S.-Indian agreement also contravened the rules of the 40-nation Nuclear Suppliers Group, which had controlled the export of nuclear technology and to which the United States is a signatory. This agreement was itself a violation of the NPT, which had called on existing nuclear powers not to transfer nuclear know-how to non-signatory countries. So Obama is not being honest in claiming that the United States is committed to meeting its obligations or strengthening treaties and institutions to prevent further nuclear proliferation.

We must continue to hold accountable those nations that flout [non-proliferation treaties and obligations].The Iranian government cannot demonstrate that its program is peaceful. It has not met its obligations and it rejects offers that would provide it with peaceful nuclear power. North Korea has yet to take concrete steps towards abandoning its weapons and continues belligerent action against the South. There's a future of greater opportunity for the people of these nations if their governments meet their international obligations. But if they continue down a path that is outside international law, they must be met with greater pressure and isolation. That is what our commitment to peace and security demands.

The United States hardly believes that countries that refuse to meet their international legal obligations regarding nuclear non-proliferation should be “met with greater pressure and obligations.” In addition to its nuclear cooperation treaty with India, the United States has blocked the UN Security Council from enforcing resolution 1172, which calls on India and Pakistan to eliminate their nuclear arsenals, and from enforcing resolution 487, which calls on Israel to place its nuclear facilities under the trusteeship of the International Atomic Energy Commission. The United States has also provided all three countries with nuclear-capable fighter aircraft. This comes despite the fact that although Iran merely “cannot demonstrate that its [nuclear] program is peaceful,” India, Pakistan, and Israel actually possess dangerous nuclear arsenals and sophisticated delivery systems. In Obama’s worldview, enforcement of international legal obligations regarding nuclear non-proliferation should not be universally enforced but instead only applied to governments the United States doesn’t like.

International Norms and Cooperation

To combat the poverty that punishes our children, we must act on the belief that freedom from want is a basic human right.

Ironically, the United States is the only country other than the failed state of Somalia that has refused to ratify the international Convention on the Rights of the Child, designed to protect the economic, social, and cultural rights of children.

To preserve our planet, we must not put off action that climate change demands. We have to tap the power of science to save those resources that are scarce. And together, we must continue our work to build on the progress made in Copenhagen and Cancun, so that all the major economies here today follow through on the commitments that were made.

This is disingenuous in the extreme. The United States has joined China as the primary roadblock to meaningful action on the most serious threat to the planet today. Indeed, the United States is the only one of the 191 countries that signed the Kyoto Protocol to have failed to ratify it. In addition, according to The Guardian, following the 2009 Copenhagen summit ending with only a non-binding statement by the United States and four other countries, “The immediate reason for the failure of the talks can be summarised in two words:  Barack Obama.” Regarding the subsequent Cancun summit in 2010, John Prescott, former British deputy prime minister and subsequently the Council of Europe’s climate change rapporteur, noted how the United Stated “shared the blame” along with China “for the lack of a legally-binding deal.”

And to make sure our societies reach their potential, we must allow our citizens to reach theirs. No country can afford the corruption that plagues the world like a cancer.

The governments of Afghanistan and Iraq are ranked by Transparency international as among the four most corrupt on the planet. Not only have thousands of Americans lost their lives and hundreds of billions of U.S. tax dollars been squandered supporting these regimes, they are totally dependent on the United States to stay in power. Given such leverage, it raises the question of whether the Obama administration is at all serious about fighting corruption.

No country should deny people their rights to freedom of speech and freedom of religion, but also no country should deny people their rights because of who they love, which is why we must stand up for the rights of gays and lesbians everywhere.

Obama is the first president to so explicitly defend the rights of sexual minorities before the UN, and this is indeed positive. Unfortunately, the United States continues its close economic and strategic cooperation – including large-scale police and security assistance – with Afghanistan, Saudi Arabia, and (until recently) Yemen, in which homosexuality is grounds for execution, as well as Pakistan and other countries, where gays and lesbians can be sentenced to life in prison.  It’s questionable as to whether the Obama administration would maintain such close strategic relationships with countries that treated religious or ethnic minorities similarly.

And no country can realize its potential if half its population cannot reach theirs. This week, the United States signed a new Declaration on Women’s Participation. Next year, we should each announce the steps we are taking to break down the economic and political barriers that stand in the way of women and girls. This is what our commitment to human progress demands.

Also that week, close U.S. ally Saudi Arabia sentenced a woman to a public lashing for driving a car. Indeed, despite Saudi Arabia and Afghanistan remaining perhaps the most misogynist regimes on the planet, the Obama administration apparently has few qualms about close strategic cooperation with their security forces, which enforce such sexist laws.

Peace is hard, but we know that it is possible. So, together, let us be resolved to see that it is defined by our hopes and not by our fears. Together, let us make peace, but a peace, most importantly, that will last.

One reason peace is so hard to attain is that the United States remains the world’s number one exporter of arms, has vetoed more UN Security Council resolutions over the past 40 years than all other member states combined, has a military budget nearly as large as all the other nations in the world put together, and maintains military forces in over half the countries of the world. Until there is a change in the Obama administration’s policies, the president has little credibility in preaching to the world about the importance of “peace.”
http://www.fpif.org/articles/answering_obamas_un_address

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Nessuna azione per la protezione dei civili a Sirte e nelle altre città assediate dalle truppe del Cnt

Libia: Ban Ki-moon come Ponzio Pilato di fronte all'assedio di Sirte

Il Segretario generale dell'Onu assiste all'annunciato bagno di sangue e se ne lava le mani
10 settembre 2011 - Alessandro Marescotti

L'Onu aveva approvato la risoluzione n.1973 per proteggere i civili e far cessare i combattimenti. Quella risoluzione doveva far cessare l'assedio di Gheddafi a Misurata.

Ora la situazione si è capovolta. Ad assediare Sirte e altre città libiche sono le truppe anti-Gheddafi (quelle del Cnt). Il tutto sta avvenendo con il sostegno di aerei ed elicotteri della Nato (in violazione della risoluzione Onu che non autorizza un'azione a sostegno delle truppe antigheddafi) e da esperti militari e mercenari occidentali sul campo (anch'essi in violazione della risoluzione Onu, non dichiarati, ma operativi).

E che succede adesso che si annuncia un nuovo bagno di sangue?

Il sentimento di umanità che aveva ispirato (giustamente) l'Onu a chiedere il cessate il fuoco quando Gheddafi attaccava, scompare adesso che le sorti della guerra si sono rovesciate.

Misurata era una città martire perché assediata. Anche Sirte è una città assediata, ma non è definita dai media città martire, bensì "ultimo bastione del potere di Gheddafi", "città del rais". Tanto basta per disinteressarcene e far cessare il senso dell'umanità.

E così non si chiede il cessate il fuoco ma si attende la battaglia finale.

Si legge sull'agenzia AGI (in data oggi): "Le truppe del Cnt hanno lanciato venerdì l'assalto agli ultimi bastioni ancora in mano a Muammar Gheddafi e adesso si combatte per il controllo di Bani Walid e vicino la citta' natale del rais, Sirte. Le battaglie sono iniziate a poche ore dalla scadenza del termine fissato dal governo ad interim libico perche' i bastioni lealisti si arrendessero, evitando un bagno di sangue".

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon

 

Ban Ki-moon, segretario generale dell'Onu, tace di fronte al bagno di sangue che le truppe del Cnt annunciano se le truppe lealiste non si arrendono. Provate a trovare su Google notizie su Ban Ki-moon, qualche sua reazione all'assedio di Sirte: non ve ne sono.

Una scena da Ponzio Pilato.

Questo segretario generale dell'Onu appare uno spettatore.

Non muove un dito per fermare i massacri, se sono approvati dalla Nato.

Non solo. Nella totale inerzia dell'Onu, l'unica cosa che questo segretario intraprende è quella di spianare la strada ai nuovi vincitori filoNato, quelli che garantiranno contratti petroliferi a prezzi vantaggiosi. Leggete qui: "Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di approvare una missione di appoggio in Libia della durata di tre mesi per sostenere il nuovo governo nella transizione". Questo riporta l'agenzia AGI di ieri.

Alcuni ritengono che occorra abbattere un dittatore come Gheddafi con ogni mezzo.

Il fine giustifica i mezzi?

Allora siamo di fronte al machiavellismo in versione Nato.

Anzi, in versione Onu.

All'Onu che oggi consente azioni fuorilegge dovremo opporre l'Onu della legalità internazionale e della tutela di quei civili. Quell'Onu nata dal sacrificio di tante persone dopo la seconda guerra mondiale per porre termine alla guerre. Quell'Onu che oggi è assente in Libia. Perché le nazioni che dovrebbero far rispettare la risoluzione Onu (che dovrebbe imporre oggi al Cnt di far cessare l'assedio) sono le stesse che sperano di ottenere dal Cnt libico la tutela dei propri interessi petroliferi.

Questa è la ragione inconfessabile per cui oggi l'Onu tradisce il proprio compito. Ma ancora più grave è il silenzio del segretario generale dell'Onu, quel Ban Ki-moon che avrebbe dovuto impegnarsi con tutte le sue forze a "salvare le future generazioni dal flagello della guerra", come recita la carta fondativa dell'Onu.

Spiace dirlo, ma Ban Ki-moon – che finge di non vedere gli orrori di questa guerra quando vincono le truppe filoNato – si colloca fra gli ignavi del nostro tempo. Dante disprezzava gli ignavi perché non prendevano posizione, non si schieravano né con il bene né con il male. Gli ignavi sono gli indifferenti di una storia che ignora i diritti dei vinti. Gli ignavi salgono sul carro del vincitore. Gli ignavi moderni guardano le bombe della Nato cadere ma non si indignano. Gli ignavi di tutti i tempi rivivono oggi in questo spettacolo di afasia della morale, di indifferenza rispetto all'assedio di Sirte. Gli ignavi oggi sono ai piedi dei nuovi vincitori.

Che spettacolo sconfortante vedere il senso morale agire a intermittenza.

Che pena assistere ad accuse di violazioni dei diritti umani contro Gheddafi quando fino a poco tempo fa il dittatore era utile agli Stati Uniti che gli consegnavano i sospetti terroristi da torturare.

Siamo di fronte alla TV come i romani di fronte al Colosseo con i gladiatori. Abbiamo scelto il nostro gladiatore prediletto e gli consentiamo di uccidere.

Quando vedremo i giovani lanciare le pietre dal cavalcavia, non lamentiamoci per l'assenza di regole morali. Noi stiamo facendo di peggio del cavalcavia. Noi li stiamo educando a fare il tifo per i vincitori, anestetizzandoli e immergendoli in un utile brodo di anomia morale.

Alla marcia Perugia Assisi dovremo portare un'altra idea dell'Onu, per evitare che il discredito di questi giorni non travolga per sempre l'idea di una istituzione internazionale che era nata per far cessare la guerra mentre oggi assiste inerme alla strage annunciata.

Che pena constatare la complicità e l'inerzia di un Segretario generale dell'Onu che non osa neppure pronunciare le parole per cui lo paghiamo: "Cessate il fuoco".

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Palestina, "stato entro un anno". Lo disse Obama. Ora porrà il veto all'ONU

Alta diplomazia al lavoro per evitare voto all'Onu

SCRITTO IL 2011-09-19 IN NEWS
Ma'an. Alti dirigenti palestinesi e israeliani hanno tenuto degli incontri a
New York in mezzo ai frenetici sforzi diplomatici per evitare uno sconto sulla richiesta palestinese di adesione piena, in quanto Stato, all’Onu.
Il primo ministro dell’Anp, Salam Fayyad, e il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak hanno tenuto un incontro imprevisto ad alcuni giorni 
dall'inizio dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il tema dell’incontro è stato la richiesta palestinese d'adesione e la minaccia da parte degli Usa a ricorrere al diritto di veto.
Fayyad ha riferito ai giornalisti che i due hanno parlato di sicurezza e della preparazione dell'Anp a governare.

I dirigenti israeliani non hanno commentato l'incontro.
Nella corsa per unire gli sforzi diplomatici, il Quartetto per il Medioriente (Russia,Usa,Unione Europea e Onu) hanno organizzato delle
riunioni interne.

Il Segretario di stato americano Hillary Clinton ha discusso con la rappresentante degli Affari esteri dell'Unione Europea Catherine Ashton.
Con gli Stati Uniti decisi a fermare il riconoscimento di uno Stato palestinese, Clinton ha affermato che lei e Ashton hanno discusso la via da seguire.

L'inviato del Quartetto, Tony Blair, ha tenuto un incontro separato con il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas incontrerà il Segretario Onu oggi.

Blair ha espresso la speranza in un accordo: "Credo ci sia una via per evitare lo scontro", ha affermato l'ex primo ministro inglese.
Un diplomatico ha riferito che con così pochi dettagli disponibili riguardo 
la richiesta di riconoscimento palestinese, gli incontri continueranno fino a venerdì, giorno nel quale il presidente palestinese 
Abbas presenterà la richiesta ufficiale all'Onu.
Frustrato per la mancanza di progressi dopo anni di negoziati israelo-palestinesi congelati, Abbas ha detto che chiederà al Consiglio 
di Sicurezza dell'Onu di approvare un'adesione piena di uno Stato palestinese.

Gli Usa hanno affermato che in qualità di membro permanente del Consiglio opporranno il diritto di veto su ogni risoluzione 
a favore delle richieste palestinesi.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che qualunque tentativo palestinese attraverso il Consiglio 
di Sicurezza fallirà, auspicando il ritiro della richiesta unilaterale da parte dei palestinesi.

Stati Uniti e Israele insistono sul fatto che solo il dialogo diretto può far raggiungere un accordo su uno stato palestinese.
Se il veto dovesse essere esercitato, i palestinesi potranno rivolgersi direttamente all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, per chiedere 
un elevato status di “osservatore”, e ottenendo quasi con certezza la maggioranza dei voti dei 193 membri. In quel caso nessun veto sarà possibile.

Gli Usa stanno cercando di convincere alcuni membri del Consiglio di Sicurezza di votare contro la proposta palestinese o ad astenersi dal voto. 
Se non si dovessero raggiungere almeno nove voti nessuna risoluzione potrà essere approvata, e non ci sarà la necessità di apporre il veto evitando
l'imbarazzo dopo che il presidente Obama aveva sostenuto, dodici mesi fa, che entro un anno avrebbe voluto assistere alla nascita di uno Stato palestinese.
I voti di Francia, Gran Bretagna e Germania saranno decisivi al Consiglio, considerando che tutti i loro inviati all’Onu hanno affermato 
di non aver preso ancora nessuna decisione.

La volontà dei palestinesi di riprendere il dialogo diretto avrà un ruolo centrale nella loro decisione, hanno fatto sapere gli inviati.
Il riconoscimento dell'Assemblea generale potrebbe incrementare i diritti internazionali, ma alcuni ufficiali sostengono che i palestinesi, in questo caso, 
potranno aderire alla Corte Penale internazionale e lanciare un'accusa contro le operazioni militari israeliane. 

L'inviato del Quartetto, Blair, sta cercando un modo che permetta un ampio riconoscimento dello Stato palestinese
e allo stesso tempo un ritorno al dialogo diretto tra le due parti, fatto che soddisferà anche gli americani.

"Quello che cercheremo di fare nei prossimi giorni sarà trovare una soluzione che possa permettere le legittime aspirazioni a un riconoscimento 
dello Stato contemporaneamente alla riattivazione dell’unico mezzo che possa permettere la nascita di quello Stato, 
cioè i negoziati diretti tra le due parti", ha detto Blair alla Tv ABC.

 
Da infopal.it
 

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